Agli inizi del XX secolo lungo le coste tirreniche fioriva l'attività delle tonnare e delle tonnarelle, le prime realizzate soprattutto per la cattura del tonno, le seconde, più piccole, dedicate alla pesca del pesce di passo.
La pesca con le tonnare rappresenta un tipo di attività sociale perché coinvolge spesso molti pescatori di una comunità.
Nel mediterraneo le tonnare hanno origini antichissime; alcuni mosaici del III secolo d.C. rappresentano già scene di una mattanza in una tonnara. Nelle acque della Sardegna i romani ne realizzarono alcune, in seguito, nel periodo in cui Genova divenne una delle città marinare più potenti (medioevo), molte delle tonnare situate lungo diverse coste del Mediterraneo e insulari furono gestite da ricchi genovesi.
Le tonnare davano lavoro stagionale a molte persone, soprattutto contadini che coltivavano vicino al mare e che venivano reclutati al momento del passaggio dei tonni. Le prime notizie sull'esistenza di tonnare nelle acque di quella che è oggi l'Area Marina Protetta di "PORTOFINO" risalgono al 1300, periodo nel quale veniva sfruttata una tonnara posizionata tra S. Margherita Ligure e Portofino, al 1603 per la Tonnara di Camogli, che probabilmente ha origini più antiche, ed al 1608 per un'altra tonnara, utilizzata sino alla seconda metà del XIX secolo, che fu posizionata presso la Punta del Pedale dove ha inizio la zona orientale dell'area protetta. Il toponimo pedale conferma l'esistenza di una tonnara nella zona: il pedale è di solito la rete che guida i pesci verso le camere dell'attrezzo di pesca.
Nel 1608 il Senato della Repubblica di Genova concedette per dieci anni lo sfruttamento di una tonnara proprio nella zona dove è oggi l'attuale Punta Pedale, a Battista Semino. Dopo alcune controversie tra lo stesso, i pescatori e la popolazione locale, le parti arrivarono ad un accordo, ratificato dal senato il 16 giugno dello stesso anno. Il testo integrale dell'accordo è il seguente: si consenta la tonnara a suddetto Battista a conditione che delli tonni che si prenderanno, se ne debba vendere nel luogo di Rapallo e di S. Margherita quel che sarà bisogno per il luogo: che gli uomini di S. Margherita possino pescare liberamente con le loro reti, spioni, tremagi e rastelli, purché peschino da terra a detta Tonara, e si scostino dalla bocca di detta Tonara per un miglio e mezzo, a segno che non diano fastidio né spaventino li tonni, che non entrino nella Tonara: e se detti uomini di S. Margherita volessero mettere risse di Tonara dietro a detta Tonara, per raccogliere li tonni e pesci che scapassero da detta Tonara, possino mettergliela a loro beneplacito.
Con l'accordo si garantiva quindi ai pescatori della parrocchia di S. Margherita una certa libertà di pesca intorno alla tonnara, mentre si approvvigionavano i mercati locali di un certo quantitativo di tonni o di pesce pescato, a favore della popolazione. Nell'anno 1623 si erano inseriti nel commercio dei tonni alcuni grossisti che rivendevano i tonni al minuto ad un prezzo elevato, senza tener conto delle leggi che definivano i prezzi di vendita. Si arrivò così ad una rivolta dei popolani che minacciarono di buttar a mare il pescato e anche i commercianti e inveirono pure contro i Censori che avevano il compito di far rispettare la legge. Intervenne il Capitano di Rapallo che però non poté far nulla contro i grossisti, in assenza di previsioni di pena sul decreto visto prima (testo in corsivo) che imponeva la vendita di una parte dei tonni a S. Margherita e Rapallo. Per risolvere la questione fu quindi richiesto di provvedere al Senato della Repubblica di Genova.

L'uso della tonnara di Punta Pedale, negli anni che seguirono, venne affidato a diverse persone; vi furono inoltre periodi di inoperosità della stessa. Spesso, come abbiamo visto, nascevano forti contrasti tra la popolazione e chi sfruttava l'attrezzo di pesca, che cercava di ricavare il maggior profitto a danno proprio della popolazione locale.
Alcuni dati del 1787 ci danno un idea di quanto potesse pescare quest'attrezzo; il 18 marzo infatti catturò 220 tonni. Il 30 aprile 1810 la tonnara catturò invece 150 tonni. Si trattava a dir la verità di pesche miracolose, che si ripetevano a distanza di molto tempo l'una dall'altra.
Di questa tonnara, rimasta in funzione sino al 1875, oggi rimane solo un lontano ricordo e, come già detto, il toponimo Punta Pedale.
Ben diversa la situazione dell'unica tonnarella rimasta oggi in Italia, ossia quella di Camogli, inserita nell'Area Marina Protetta di "PORTOFINO".
Le prime notizie della tonnara di Camogli si hanno nel 1603, ma probabilmente le sue origini sono molto più antiche. In quell'anno un solenne Decreto del Magistrato dei Censori stabiliva che: delli tonni che si fossero presi alla tonnara di Camogli se ne dovesse dare agli abitanti di Camogli e di Recco per loro uso dieci di un rubo, venticinque di due, sei sino a cento rubi. Il rubo è una misura antica che corrisponde a circa 8 Kg e che, tra i pescatori di Camogli, viene usata ancora ai giorni nostri. Questa usanza fu rinnovata negli anni seguenti con altri Decreti.
Un curioso esempio di collaborazione tra Camogli e S. Margherita si ha nel 1618. Alcuni marinai di Camogli fecero società con un certo Benedetto Costa, proprietario di tonnara a Santa Margherita, per gestirla insieme dividendosi i caratti, ossia le porzioni di essa. I Camogliesi si obbligavano a fornire quattordici uomini per far la guardia alla pesca, mentre il Costa impiegava quattro uomini, con la clausola che il primo tonno che fosse entrato nella tonnara sarebbe stato offerto al Santuario della Madonna di Nozarego, a Santa Margherita, per sciogliere un voto fatto dallo stesso Benedetto Costa. Un altro Santuario trasse beneficio questa volta dalla pesca della tonnara di Camogli; intorno al 1630 i proventi della pesca servirono in parte per la costruzione del Santuario della Madonna del Boschetto a Camogli che fu eretto sopra una preesistente cappella che ricordava l'apparizione della Madonna, avvenuta in quella località il 2 Luglio 1518.
Con i proventi della tonnarella si realizzarono a Camogli anche opere pubbliche e quest'attrezzo fu in passato fonte di benessere per gran parte della cittadinanza.
I vari appaltatori dell'attrezzo di pesca ebbero diversi obblighi nei confronti della collettività, come quello che si evince da documenti del 1817 in cui si obbligava il gestore a consegnare tonni gratis al Municipio.
Dal 1937 o forse anche prima, per mantenere in attività la tonnara, alcuni pescatori si organizzarono in cooperativa con particolari limitazioni: i soci, tra l'altro, dovevano avere una discendenza camoglina da parte di entrambi i genitori.

Questo è solo l'ultimo atto di una storia che da sempre coinvolge uomini e donne che abitavano i borghi vicino al Promontorio di Portofino e per ultimi ancora quelli di Camogli, che passavano l'inverno a riparare e ad intrecciare nuove reti per poi poterle mettere in mare nella bella stagione, da marzo ad ottobre. Una volta le reti erano fatte con la lisca, che qualcuno andava a raccogliere, faceva seccare e lavorava; ora non più. Le reti, meno l'ultima parte della camera della morte che è di nylon, sono in filetto di cocco (ajengo superiore) che arriva dall'India in balle ruvide e giallastre.
La pesca con la tonnara, che comprende la lavorazione delle reti, fa parte di una tradizione Ligure ormai perduta. Oggi come centinaia di anni fa i pescatori compiono gli stessi gesti. Se ne ha un esempio nelle tre foto delle pagine precedenti. Mentre la pesca in mare aperto è diventata sempre più distruttiva e le reti a strascico fanno seri danni ai fondali profondi, nelle attività che si compiono intorno alla tonnarella rimane tutto il fascino dell'antico mestiere del pescatore, profondo conoscitore del mare e delle sue risorse.
La tonnarella di Camogli
Oggi la tonnarella di Camogli, calata ogni anno nelle acque vicino a Porto Pidocchio, proprio all'interno della zona C dell'Area Marina Protetta di "PORTOFINO", viene ancora preparata dai pescatori sul molo di Camogli con metodi tradizionali, utilizzando fibre di cocco intrecciate che, in acqua, vengono rapidamente colonizzate da organismi marini, rendendo così la rete difficilmente individuabile da pesci di passo.

Sino ad alcuni decenni fa la tonnarella era realizzata, almeno in parte, utilizzando cordami di lisca che, tuttavia, non avevano una lunga durata e divenivano presto maleodoranti.
Questo particolare attrezzo di pesca consente di catturare specie ittiche minori come ricciole, boniti, palamite, sgombri e occhiate e sempre più di rado tunnidi di maggior pregio.
Pare inoltre che nell'ottocento a Camogli esistesse un'attività per la conservazione dei tonni che venivano salati e commercializzati.
Da sottolineare che la pesca con questo attrezzo, sebbene possa evocare lotte cruente tra l'uomo ed i pesci, in realtà rappresenta un esempio di pesca selettiva perché preleva dal mare solo grossi pesci pelagici (che vivono al largo) e occasionalmente si avvicinano alla costa. Non viene fatto nessun danno al fondale dove sono presenti gli ambienti tutelati dall'Area Marina Protetta di "PORTOFINO". Se si trattasse di una pesca distruttiva non avrebbe potuto essere effettuata così a lungo senza far danni in un tratto di mare che ancora oggi è uno dei più ricchi di vita e di specie del Mediterraneo.

Come funziona una tonnarella
Il tonno, anche se ormai sempre più raro, entra nel Golfo Paradiso arrivando da Ponente e nuotando verso levante, tenendosi sempre vicino alla costa con il lato sinistro del corpo. È così molto facile sbarrargli il passo con una rete posta trasversalmente al suo cammino, cosicchè il pesce, credendola un tratto di costa la segue, entrando così nella camera grande della tonnara. Percorre quest'ultima fino a ritornare al suo ingresso ma, non trovando un percorso alla sua sinistra, non può che entrare nelle varie camere fino ad arrivare a quella della morte, da dove non ha via d'uscita e dove il suo destino è segnato.
Spunti nel testo tratti da lavori di Annamaria Mariotti
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