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Dopo l'annessione al Regno di Sardegna la storia della Liguria si sarebbe fusa con quella d'Italia. La storia dei borghi locali si legò indissolubilmente quindi alle sorti del paese. Durante la prima guerra mondiale la regione pagò un tributo in termini di vite umane e questo accadde anche durante la seconda guerra mondiale, vissuta però in prima persona dalle popolazioni rivierasche. In questo caso vi furono coinvolti: soldati che vennero mandati a combattere in Africa e Russia, popolazione, che dovette fuggire dalle città e fu spesso soggetta a rastrellamenti da parte dei Nazisti, e partigiani.

Recco fu certamente il borgo più colpito. In alto si vede un'immagine della città completamente devastata dai bombardamenti.
Il Promontorio di Portofino anche in questo caso si dimostrò, suo malgrado, strategico per la guerra e soprattutto per la difesa della costa. Vi vennero collocate diverse batterie antiaeree e realizzate costruzioni belliche oggi definite bunker.
In mare poi e soprattutto all'interno dell'Area Marina Protetta di "PORTOFINO" furono posizionate numerose mine, alcune delle quali sono state identificate, sino a pochi anni fa, e recuperate a profondità rilevanti (- 40/- 70 metri).

Oggi di quel terribile periodo rimangono solo, all'interno del Parco Regionale di Portofino, resti delle costruzioni dove erano alloggiate le truppe e i cannoni dell'antiaerea.
Tra i monumenti colpiti dalle bombe si ricorda la chiesa di S. Giorgio a Portofino, danneggiata nel 1944 e ricostruita nel 1950.
Gli ordigni bellici
Durante la seconda guerra mondiale vennero posate moltissime mine nelle acque liguri e numerose intorno al Promontorio di Portofino.
Gli sbarramenti minati avevano funzione antisbarco e antisommergibile e furono posizionati sia dalla Marina Italiana sia dai Tedeschi. Anche gli Angloamericani con gli aerei riuscirono a lanciare, vicino a La Spezia, 64 mine magnetiche da fondo, per rendere complesso l'utilizzo dell'area portuale.
Le mine impiegate negli sbarramenti realizzati dalla Marina italiana erano tipo "Bollo" (peso della carica 145 kg.) ed "Elia" (peso della carica tra 120 e 130 kg.), dal nome degli ideatori.

Di solito le mine venivano ancorate al fondale marino. Il sistema consentiva di stabilire in anticipo, prima della messa in mare, la quota a cui doveva trovarsi l'involucro esplosivo. La sfera contenente la carica (fino a 200 kg.) era collegata mediante un cavo metallico ad un carrello appesantito che fissava al fondo tutta la struttura. Il funzionamento poteva essere di vario tipo, ad urto, od a influenza, e la mina munita quindi di uno speciale dispositivo magnetico, acustico o a pressione. Se veniva realizzato uno sbarramento antinave le mine ad urto venivano posizionate ad una profondità indicativa di -3/-4 metri dalla superficie. Se veniva realizzato uno sbarramento antisommergibile venivano posizionate a circa 8 metri. Quelle ad influenza venivano poste a quote superiori ai 10 metri. Le mine possedevano un sistema di sicurezza che preveniva esplosioni premature durante le fasi di posizionamento. Questo sistema le rendeva efficaci solo dopo un periodo di permanenza in mare. Elemento fondamentale del dispositivo di attivazione erano dei pezzi di metallo chiamati "perni", i quali erano inseriti nei congegni di innesco e impedivano a quelli di funzionare finché l'acqua del mare non li scioglieva completamente.
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